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Ucraina, Vauro e Galeazzi nella lista degli “indesiderabili”: “Vietato l’ingresso nel Paese” — IL FATTO

Foto Marco Alpozzi/LaPresse Febbraio 2015 Pisky ( Ucraina ) Postazioni dei volontari del battaglione cosacchi – Sich Ucraino – nel villaggio di Pisky, situato a 500 metri dalla fine della pista dell’aeroporto di Donetsk. Nella foto: Un volontario del battaglione Sich, in un momento di pausa dai combattimenti

15 agosto 2015 | IL FATTO

Il governo di Kiev contesta al vignettista e al giornalista del Fatto Quotidiano di essere entrati “sul suolo ucraino clandestinamente”. Nei mesi scorsi hanno visitato la zona del Donbass per documentare lo scontro tra filo-russi ed esercito.

In Ucraina sembra di essere tornati alla “caccia alle streghe” di mccarthyana memoria, e alle liste nere che il senatore Joseph McCarthy riempiva di comunisti e anti-americani, e il presidente miliardario ucraino Petro Poroshenko riempie di “attentatori dell’integrità territoriale” del proprio Paese. Ma nelle centinaia di nomi segnalati dal ministero della cultura di Kiev come persone non grate spuntano alcuni italiani, e tra loro il vignettista Vauro.

Fino ad oggi nell’elenco di 566 potenziali indesiderabili voluto da Poroshenko c’erano attori, musicisti e artisti di fama mondiale tra cui Steven Seagal, Gerard Depardieu e Goran BregovicCONTINUA SOTTO

La sorpresa di questi giorni è l’arrivo della “lista nera” sui tavoli del ministero degli esteri italiano, del quale ci ha dato notizia proprio Vauro. Il suo nome, infatti, insieme a quello del giornalista del Fatto Lorenzo Galeazzi e dell’interprete Eliseo Bertolasi spicca tra quelli a cui è stato vietato “per un certo lasso di tempo l’ingresso in territorio ucraino”.

Secondo quanto i tre ci hanno riferito, quello che viene loro contestato è l’essere entrati, lo scorso dicembre, “sul suolo ucraino clandestinamente”, ovvero passando per la frontiera russa di Rostov. I tre all’epoca erano diretti nella zona del Donbass per documentare il catastrofico scenario di guerra in cui si stavano fronteggiando filo-russi ed esercito ucrainoCONTINUA SOTTO

“Peccato che quella frontiera di fatto non esiste, perché è sotto il controllo delle forze indipendentiste russe” ha commentato Vauro. Il quale si è poi detto sorpreso di essersi svegliato, da un giorno all’altro, con l’accusa di “fiancheggiare i terroristi. Comunisti russi, ovviamente”.

di Marco Frattaruolo

FONTE: IL FATTO

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1 risposta »

  1. Già il fatto che il signor Senesi collabori con un giornale diretto da un feroce anticomunista, ammiratore di Reagan e della Thatcher, diffamatore super seriale, pure di Niki Vendola , trombone del trombone Beppe Grillo, dovrebbe essere sorprendente, ma evidentemente sorprendente non é, anzi la dice tutta. Inoltre quel confine non era controllato dalle milizie separatiste filorusse, bensì dall’esercito russo, almeno secondo l’OCSE e secondo il rapporto della commissione investigativa dell’ONU; il signor Senesi ne sa di più?
    Di fronte all’intervento sovietico nell’Afghanistan, che costituisce una violazione dei principi di indipendenza e sovranità nazionale, il Pci ribadisce il proprio netto dissenso…Resta più che mai valida la fondamentale verità che i processi di liberazione dei popoli non possono che essere opera dei popoli stessi” (Documento della direzione del Pci pubblicato su L’Unità del 6 gennaio 1980).
    La libertà è un principio sacrosanto, cementato nella storia dalla vittoria delle forze alleate nel secondo conflitto mondiale. Lo scontro ideologico tra autoritarismo e democrazia si è concluso, fortunatamente per tutti, con la vittoria di quest’ultima. Principi come l’autodeterminazione personale, la libertà di parola e l’esercizio del diritto di voto, che erano appannaggio di pochi paesi eletti, diventano universali. Valori come la pace, il benessere e lo sviluppo diventano valori universali e propri di ciascun essere umano fin dalla nascita. La democrazia è una bestia elefantiaca, tutte le sue articolazioni funzionano solo se vi è abbastanza nutrimento. Il suo unico nutrimento è la fiducia. Senza fiducia, la democrazia muore. Manca di legittimità, si sgretola e si accascia per terra. Rigurgiti del secolo scorso fanno tesoro di questo tallone d’Achille per picconarla ogni qualvolta, durante una crisi, si verifichi una magra di fiducia. Vi è sovente il richiamo all’uomo forte che accentrando qualsiasi decisione nella sua persona, si presenta come l’uomo della provvidenza, che semplifica i processi decisionali quando la democrazia decide di non decidere. Infatti, è la crisi del sistema che spinge all’attesa messianica dell’uomo forte, non l’uomo forte che spinge alla crisi del sistema. La negazione delle libertà fondamentali in favore della stabilità dell’uomo forte è una tentazione irrinunciabile verso la quale anche le anime elette provano una cupa attrazione. Non c’è da scomodare la Repubblica di Weimar. È questo il rischio che corrono oggi, in varia misura, tutte le democrazie degne di tal nome. La dinamicità della politica e la fragilità dei rapporti internazionali pone una spada di Damocle sui principi che, erroneamente, crediamo acquisiti. La società, frenetica e presentista, domanda soluzione immediata ai problemi che di volta in volta si palesano. In fasi di emergenza, come quella che stiamo vivendo, la democrazia sembra essere un lusso riservato ai tempi di tranquillità. I contrappesi, pietra angolare di qualsiasi liberaldemocrazia consolidata, diventano annosa burocrazia. Lo stato di emergenza si trasforma in stato di eccezione. Poiché questa distinzione può suscitare perplessità, è forse opportuno aggiungere, per sottolineare la differenza: invoco lo stato d’emergenza perché desidero poter ritornare alla normalità, ma invoco lo stato d’eccezione perché voglio travolgerla. È vero che l’eccezione, di per sé, “conferma la regola”, ma la somma di eccezioni episodiche la sfigura, la regola, fino a negarla. In questa fase storica possiamo riscontrare un allarmante sviluppo delle cosiddette democrazie a bassa intensità o democrazie totalitarie. Un ossimoro, quest’ultimo, che ben evidenzia l’involuzione che determinati sistemi stanno subendo, a causa dell’ascesa di governi populisti e sovranisti. La costante erosione della democrazia che osserviamo in Polonia e Ungheria va a determinare una forma di governo in cui vi sono tendenze autoritarie e accentratrici, seppur celate da un formale rispetto delle regole democratiche. Prima dormivamo. E così è accaduto. Quando hanno attaccato il Congresso non ci siamo svegliati. Quando hanno incolpato i terroristi e sospeso la Costituzione, non ci siamo svegliati. È temporaneo, dicevano. Niente cambia all’istante. In una vasca che si scalda di colpo, finiremmo bolliti vivi. Rammendare questa situazione richiede una presa di coscienza che non è sempre scontata e che può passare sottotraccia molto facilmente. E quindi sorge una domanda che politologi, giuristi ma anche filosofi si pongono: “La democrazia può, democraticamente, diventare una dittatura”? Molti studiosi preoccupati per il futuro della democrazia, si chiedono se potrà mai verificarsi nuovamente l’auto-golpe di Napoleone, che da presidente si dichiarò imperatore. Se il parlamento può volontariamente consegnare la sua autorità a un unico uomo, come successe a Philippe Pétain, o può essere chiamato il più costoso club di canto della Germania in riferimento al Reichstag durante il Terzo Reich (a causa delle volte in cui veniva riprodotto l’inno nazionale durante una sola seduta, sebbene venissero semplicemente ratificate delle decisioni già prese). Molti risponderebbero di no poiché la storia stessa ci ha vaccinato contro questi colpi di mano. Può darsi. Ma anche i vaccini hanno bisogno di un richiamo vaccinale, perché perdono efficacia nel corso degli anni. Sarà, questa, maggiore democrazia. Ma per esserlo davvero a ogni incremento di demo-potere dovrebbe corrispondere un incremento di demo-sapere. Altrimenti la democrazia diventa un sistema di governo nel quale sono i più incompetenti a decidere. Il che vuol dire un sistema di governo suicida. Forse la storia è tragicamente destinata a ripetersi. Ma come interrompere questo circolo vizioso? Non esiste un’unica risposta e il dibattito è ancora aperto. Quello che certamente può e deve essere fatto è educare i giovani, fin da piccolissimi, alla cultura della democrazia e alla difesa dei suoi valori. Conoscere il proprio passato è il modo migliore per avere padronanza sul proprio futuro. La cultura della legalità e delle regole allontana i giovani dall’eversione estremista e gli fa acquisire coscienza dei propri diritti e dei propri doveri. Partendo dall’assunto che la libertà assoluta non può esistere in nessuna società o struttura sociale, il cittadino di domani rimarrà entro il perimetro delle regole, che circoscrivono il loro margine d’azione. La libertà di parola si distingue dalla “libertà di offesa”, la libertà di stampa si distingue dalla calunnia, la libertà di manifestare si distingue dalla rivolta violenta. Le regole, per loro stessa natura, praticano un distinguo di fatto tra diritti e doveri imponendo dei limiti al loro esercizio. Giunti quindi a queste conclusioni, ricollegandoci all’assunto principale, tutti quei sistemi politici che mettono la democrazia ai voti, mettendo i cittadini di fronte alla possibilità di votare contro la democrazia, probabilmente non sono più democratici da diverso tempo. La nascente autocrazia si ciba della carcassa della democrazia, cercando anch’essa legittimità per mettere radice. I sintomi dell’indebolimento democratico sono le graduali restrizioni alla libertà di stampa, di parola e di associazione. Tutti giustificati nei modi più bizzarri. Se tutti questi fondamentali diritti sono spariti e l’unico elemento rimanente della democrazia è la finzione delle elezioni, la democrazia nella sua più intima essenza, è morta. Vuol dire che il parassita autocratico ha preso il controllo del proprio ospite, vivendo in una malcelata simbiosi. I paesi, che sono turisti della democrazia, per usare un termine di berlusconiana memoria come Russia, Cina, Iran e altre importanti potenze, impongono al mondo la volontà della propria élite politica che quasi mai corrisponde alla volontà del popolo. Favoriscono i loro interessi, attraverso appoggio diretto o indiretto a paesi autoritari o politici controversi che vengono isolati dalla comunità internazionale. Quando la Polonia comunista tenette le sue prime elezioni libere, convinta del fortissimo appoggio popolare al comunismo, la sua classe dirigente ne uscì decimata e importanti esponenti di primo piano persero persino il loro seggio al Sejm, il parlamento. L’infatuazione verso l’uomo forte dura finché ci si sente cullati e protetti dal suo potere. Finché si è la mano che brandisce il bastone e non la schiena che lo subisce. Per tale motivo il governante ha bisogno di tenere il popolo in un costante stato di allerta e una perpetua situazione di emergenza. Altrimenti la sua presa si allenta e l’infatuazione verso il proprio oppressore svanisce. La Storia è (dovrebbe essere) maestra di vita, peccato che abbia classi vuote. Giovanni Sartori, politologo e sociologo.

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