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Vauro inviato in Afghanistan: “Bambini profughi nella terra di nessuno” (2001)

VAURO – INVIATO IN AFGHANISTAN
IL MANIFESTO, 16 FEBBRAIO 2001

Valle del Panshir, 1999
Photo: Luigi Baldelli / Parallelozero [fonte]

Bambini profughi nella terra di nessuno

Oltre la linea del fronte tra taleban e moujaheddin, viaggio nei campi dei rifugiati dimenticati da tutti, nella valle del Panshir. La guerra è vicina, il mondo lontanissimo. Senza aiuti e senza cibo, tra tende e relitti di carri armati, a venticinque gradi sotto lo zero

Lasciandosi alle spalle le montagne innevate che segnano e attraversano la terra di nessuno, la linea del fronte tra i taleban e i moujaheddin, si entra nel territorio dell’Afghanistan controllato dalle truppe di Massoud.
Attraversando il passo di Kapisa ai bordi delle strade di melma appaiono i primi villaggi di case basse, misere, fatte con mattoni di fango essiccato. Di molte non restano in piedi che grotteschi pinnacoli arrotondati dalla neve che si scioglie. I bombardamenti dei Mig dei taleban si susseguono, due o tre alla settimana. In questo periodo il gelo invernale limita i movimenti di truppe, e la guerra di terra si riduce a scambi sporadici di colpi di mortaio, cannone, e razzi katiusha tra le due parti del fronte, ma i missili che partono dai mig non risparmiano le case. Sono bombardamenti rabbiosi, alla cieca, che distruggono i villaggi più vicini alla linea del fronte costringendo gli abitanti alla fuga. Sono probabilmente quelli che si vedono, attraversando Kapisa avvolti in coperte, riempire i cassoni di vecchi camion russi che arrancano nella melma, o ammucchiati a decine su incredibili calessi tirati da asini sfiancati incrociare i gruppi di moujaheddin armati di kalashnikov che si dirigono, a gruppi silenziosi, nella direzione opposta, verso il fronte. Vecchi containers a file lungo la strada sono stati trasformati in botteghe con tettoie di fango e paglia rette da pali di legno. Davanti, a mo’ di tettoia, espongono stracci, pelli malconciate e puzzolenti, pezzi di carne di montone anneriti.
Vecchi accovacciati su pezzi di muro, gruppi di bambini con facce da adulto, molti armati di archibugi ad avancarica che ancora gli artigiani fabbricano per la caccia. Qua e là la fugace apparizione di un burka, il cappuccio di tela che nasconde interamente le donne e poi le stampelle di legno, tante: sostengono corpi mutilati dalle mine. Lasciata Kapisa ci si addentra nella stretta gola rocciosa dove scorre il fiume Anjumar. E’ la porta di ingresso alla valle del Panshir. Una porta angusta, tra due alte pareti di roccia frastagliata che scendono a picco verso il letto tortuoso del fiume che ha reso imprendibile il Panshir ai sovietici e lo rende imprendibile ai taleban.

La pista pietrosa è chiazzata di ghiaccio, neve e delle carcasse schiantate di vecchi carrarmati russi, immobili come giganteschi fossili preistorici. In una piccola spianata di fango e neve, schiacciata tra la montagna e il greto del fiume, pezzi di tela grigia sono tesi con corde tra il terreno e i cannoni che spuntano dai rottami di carrarmato, altri sono attaccati ai cingoli arruginiti, barriere di fango secco ne chiudono – per quel che possono – le aperture lasciando lo spazio di una porta. E’ il primo dei tanti campi di rifugiati disseminati nel nord dell’Afghanistan. “Solo nel Panshir ci sono più di 220.000 rifugiati – dice Nazary Enahitullah, ministro per i rifugiati del governo di Massoud – Facciamo il possibile per aiutarli, ma molti campi sono irraggiungibili, non ci sono vie, le montagne sono piene di neve, la strada da Kabul al Panshir è minata, non abbiamo cibo. La siccità dell’estate scorsa ha fatto salire il prezzo della farina a 3 dollari e mezzo per 7 chili. Sono costretti a nutrirsi di erba che fanno bollire nell’acqua della neve sciolta. Non arriva nessun aiuto dalle Nazioni unite, che nemmeno li riconosce come rifugiati, perché sono afghani in territorio afghano. Gli aiuti finiscono tutti in Pakistan per i campi di Peshawar e sono gestiti dai pakistani mentre nella zona di Herat in sole tre notti più di 500 persone, quasi tutti vecchi e bambini, sono morte assiderate a 25 gradi sotto zero”.
Il gelo ha seccato e reso livida la pelle del viso dei bambini del campo di Anabah che ci circondano a decine, curiosi, non appena mettiamo piede nel labirinto di fango e corde e immondizia ghiacciata che si snoda tra le centinaia di teli tesi che sono l’unica protezione dal freddo delle più di 4.800 persone che vivono qui. Un muro di bambini vestiti di stracci colorati che contrastano con l’uniformità del marrone sporco della melma e delle tende rotta a tratti da cumuli di neve sudicia.

Il muro di bambini si sgretola e si scompone a tratti quando un anziano avvolto di coperte strappate li fa allontanare per lasciarci libero il passo, ma poi si ricompatta subito, qualcuno meno timido azzarda un “How are you?” verso di noi e ottenuta la risposta “How are you” si moltiplica in cento bocche diverse come un’eco. La curiosità si è trasformata subito in un gioco e noi in un giocattolo mai visto, ma poi sono gli anziani del campo, molti sono qui già da 18 mesi, a guidarci. Alcuni di loro vengono dal nord di Kabul dove avevano frutteti, erano di famiglie ricche e nei loro gesti è ancora impressa una ostinata dignità, nessuno chiede elemosina.
Sono di etnie diverse: azara, pastun, tagiki. Ma, mentre la guerra sta assumendo sempre più i connotati di una pulizia etnica condotta dai taleban (che sono pastun, mentre i moujaheddin sono per lo più tagiki), qui la miseria ha annullato ogni possibile conflitto tra gruppi e ha reso obbligatoria la solidarietà. Tra le tende montate una a ridosso dell’altra si apre ogni tanto uno spazio vuoto, un telo sfondato, spalmato sul fango, sono le tende schiacciate dal peso della neve ridotte ad uno straccio inutilizzabile. Intorno a quel vuoto in piedi, in silenzio, fissandolo come fosse un feretro, si raccolgono gruppi di sfollati. “Le famiglie che vivevano lì – ci spiega uno di loro – ora devono vivere in altre tende con altre famiglie, ci sono tende nelle quali ormai sono costrette tre intere famiglie di 7 o 8 persone l’una, in sei-sette metri quadrati”.
Le donne non ci accompagnano, le scorgiamo in penombra sotto i teli delle tende, le intravediamo tra i muretti di fango secco che ne coprono le aperture per proteggere l’interno dal vento ghiacciato che scende dalle montagne. Attorno a loro qualche tegame di latta annerito, in terra vecchi tappeti e mucchi di stracci, altri muretti di fango secco ad angolo vicino alle tende formano rudimentali focolari, ma la legna scarseggia e si bruciano cespuglietti secchi, unico dono di questa terra gelata e brulla. Gli uomini più validi non ci sono. Fanno chilometri a piedi ogni giorno per andare nei villaggi a cercare cibo in cambio di lavoro, ma il mercato della miseria è avaro e i segni della denutrizione sono evidenti nei corpi minuti dei bambini e nelle facce scavate dei vecchi e delle donne.
Il vento sta alzando nuvole di neve sulle creste delle montagne che si accendono di un rosso vivo nella luce del tramonto. Uno spettacolo bellissimo. Ma con la notte il freddo, fino a 25 gradi sotto zero, si porterà probabilmente via altre vite. Mentre ci allontaniamo alcuni bambini ci rincorrono: “How are you?” gridano.

16 Febbraio 2001 – Il Manifesto
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