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Vauro: “Il Covid è classista, colpisce più duramente le classi più deboli della società…” — INTERVISTA Tusciaweb

10 febbraio 2021 | Viterbo – In bilico tra libertà e restrizioni, tra riaperture e lockdown, il 2020 passerà alla storia come l’anno del Coronavirus. Una pandemia che ha colpito il mondo intero, lasciando dietro di sé morti, insicurezze e nuove abitudini. Con un ciclo di interviste, Tusciaweb propone un’istantanea di ciò che è stato e ciò che sarà, attraverso le parole e gli occhi di grandi personaggi pubblici.

“L’informazione è diventata pura ossessione. Per mesi non si è parlato d’altro, poi dice che il popolo italiano si è depresso…”

Vauro, come ha vissuto il lockdown di marzo e le restrizioni regionali successive? Ha avuto esperienze dirette col Covid?
“Ho vissuto il lockdown come la gran parte dei cittadini di questo paese. Anzi, forse meglio perché appartengo a quello che un tempo si chiamava ceto medio. Penso a chi ha dovuto vivere in condizioni peggiori, in piccoli appartamenti o addirittura in roulotte o baracche, come i rom e i sinti. Il Covid è classista, colpisce più duramente le classi più deboli della società. Per questo mi rendo conto di essere un privilegiato. Lungi da me, quindi, l’idea di lamentarmi per la deprivazione delle libertà. Che certamente non ho vissuto con allegria, però niente di così drammatico. Purtroppo ho avuto esperienze dirette con il virus: mi ha portato via alcuni amici e amiche”.

Con la pandemia è nata una nuova ed inedita normalità? Riesce ancora ad immaginarsi un futuro?
“Sarebbe auspicabile riuscire a immaginarsi un futuro. Ma la sensazione che ho è che non si riesca a farlo. E questa sensazione è dovuta alla totale latitanza della politica. Latitanza che in questo momento appare in tutta la sua ridicola e drammatica evidenza. Immaginare un futuro significa avere una visione complessiva e articolata della società. Significa trarre lezione dal dramma della pandemia. E di lezioni da trarre ce ne sarebbero molte. Come recuperare l’importanza dell’idea di stato sociale”.

Uno stato che garantisca beni e servizi universali come sanità, scuola, previdenza e assistenza sociale… in Italia non è così?
“Penso al disastro della sanità. Che non è dovuto soltanto al Covid, ma è il risultato di scelte politiche che sono state fatte nell’ultimo ventennio. La demolizione della sanità pubblica, per esempio, la sua regionalizzazione. La chiusura dei presidi sanitari territoriali. La lezione che dovremmo aver imparato è che ci sono dei beni – e la salute è uno di questi – che sono beni comuni. L’altro disastro è quello della scuola. Viviamo in un paese dove prima della pandemia, la scuola era l’istituzione da tagliare. Le chiamavano riforme, ma erano costanti tagli.

La politica di cui avremmo bisogno è quella che rimodella la società in base alle esigenze e ai diritti delle persone. E se non si parte dagli ultimi, non avremo mai una società capace di fronteggiare pandemie ed emergenze come quella in corso e le altre che arriveranno. Abbiamo invece una politica che è riuscita a demonizzare la parola solidarietà, trasformandola e deformandola nella parola buonismo con un’accezione dispregiativa. La solidarietà è il collante e il garante di qualsiasi società che si definisce civile”.

Come giudica l’azione del governo Conte? E Salvini, Meloni e Berlusconi?
“Quando parliamo di Conte vorrei sapere a quale facciamo riferimento. Al Conte che insieme a Salvini fa i decreti sicurezza o a quello che insieme a Zingaretti li abroga? Per crisi della politica intendo anche questo. Non mi permetto di dare alcun giudizio morale sull’ex premier, ma adesso tutti urlano che ci vorrebbe un governo politico. Quello che avevamo lo era? Mi risulta che Giuseppe Conte fosse un avvocato e non avesse un background politico. L’incapacità dei partiti di esprimere una propria leadership ha portato un avvocato insieme ad un giovanotto uscito dal Grande Fratello al governo di questo paese”.

L’arrivo del presidente incaricato Mario Draghi in cosa si potrà tradurre?
“Non ho la palla di cristallo, ma non ci vuole molto a capire che il governo tecnico in sé non esiste. Perché non esistono i tecnici. La tecnica stessa è politica, dal momento che è fatta di visioni, di scelte, di formazione. E Draghi ha la formazione di un banchiere, di un uomo della finanza. Non lo sto dicendo in tono dispregiativo, sto solo constatando un fatto oggettivo. Le sue scelte politiche, credo, deriveranno da ciò”.

Lo stato decide per tutti cosa è importante e cosa non lo è. La salute viene prima e prevarica libertà essenziali, tradizioni, economia, cultura… Ma quanto si possono comprimere le libertà?
“Sarebbe interessante scoprirlo. Al di là del Covid, noto che c’è una certa vocazione diffusa ad autocomprimere le proprie libertà nell’illusione di essere più liberi. Uno degli elementi fondamentali della libertà cosciente e consapevole è la partecipazione. Ma oggi non ci sono più luoghi dove promuoverla. Così come non ci sono più luoghi dove formarsi per far politica. E da qui deriva la sua crisi. La politica stessa si è trasformata in vari club della curva sud o nord che tifano, spesso in modo totalmente acritico e fanatico, per il leader o il salvatore di turno”.

Cosa cambierà sul piano economico dopo l’onda d’urto del Covid? Chi secondo lei pagherà il prezzo più alto per la crisi?
“Chi lo sta già pagando. Le fasce più basse della società. Chi lavora in nero. Non i grandi evasori fiscali, che di certo non pagheranno nulla di questa crisi. Ma chi appartiene a quel tessuto di microeconomia che, seppur al di fuori della legalità, ne garantiva la sopravvivenza. E sono fasce molto ampie della popolazione. L’impoverimento economico e le disuguaglianze tra ricchi e poveri sono cominciati ben prima del Covid. La pandemia, gestita come è gestita e non solo in Italia, è destinata ad aumentare a dismisura questo divario. Che continua a crescere giorno dopo giorno. Ci sarà chi prende i finanziamenti pubblici e chi, come un operaio, ancora aspetta la cassa integrazione di tre o quattro mesi fa”.

Farà il vaccino?
“Assolutamente sì”.

Cosa pensa delle teorie complottiste o negazioniste? Ha mai avuto tentazioni in questo senso?
“Penso che purtroppo anche i media sono caduti in una trappola folkloristica, dando fin troppo spazio e voce ai sostenitori di queste teorie. Dietro le manifestazioni di negazionisti e no-vax c’è sempre una speculazione politica, un’ultradestra che ha come unico obiettivo quello di attirare l’interesse dei più incolti e dei più arrabbiati, in modo non indirizzato. Le manifestazioni non sono state moltissime, ma le più estreme hanno visto la partecipazione di Forza Nuova e Casapound”.

Attraverso le sue vignette, ci offre una lettura critica e immediata della realtà, che spesso però l’ha esposta a polemiche. È possibile fare satira durante una pandemia che coinvolge il mondo intero? E cosa significa farlo in un periodo storico del genere?
“Significa mettere le mascherine ai personaggi e ai pupazzetti. Non ne ho mai disegnati tanti come in questo periodo. La satira in Italia spesso è confusa con la comicità. Io non ho niente contro la comicità, ma la satira è altra cosa. Può anche suscitare risate e sorrisi, ma è un suo effetto collaterale, non il suo obiettivo principale. La satira per me è un metodo di racconto. E quello che stavo vivendo, inclusa la frustrazione per la segregazione, si è trasferito nel disegno, nella vignetta, quasi inconsciamente. Ma non del tutto. Perché se la satira non è legata alla realtà, anche a quella del contingente, perde la sua capacità di narrazione”.

Ha mai pensato “no questo è troppo”?
“Io vengo da una vecchia scuola, quella di Pino Zac. Insieme abbiamo fondato Il Male. La lezione più importante che ho imparato da lui è che la peggior censura è l’autocensura. Mi succede a volte di dire “no, questo è troppo, non lo faccio”. Quando capita, mi obbligo a farlo”.

Il Covid, secondo lei, ha monopolizzato l’informazione spegnendo i riflettori su altre emergenze?
“Assolutamente sì. Ma non per colpa del Covid, ma della narrazione del Covid. Ho sentito parlare del virus fino all’ossessione, anche quando non ce n’era bisogno e quando non c’era assolutamente niente da dire. Non voglio entrare nel merito dei battibecchi tra virologi, politici e giornalisti, ma l’informazione è diventata pura ossessione. È diventata ricerca dello share. Durante i mesi più duri del lockdown, mi veniva anche da sorridere. Ma amaramente. Dovevamo stare chiusi in casa, la tv era una delle poche distrazioni che potevamo avere e non si parlava altro che della pandemia. Poi dice che il popolo italiano si è depresso…”.

Quali conseguenze può avere questa emergenza sanitaria sui paesi a basso reddito che già vivono crisi umanitarie?
“L’impatto dell’emergenza sanitaria lo stiamo vedendo. Penso anche ai vaccini e alla proposta di Letizia Moratti di distribuirli in base al pil. Sembrava un’idea delirante, ma ho l’impressione che è quella che si stia applicando a livello mondiale. Tutto ruota intorno a chi può e a chi non può. Questa non è certo una novità, ma a parte l’indegnità morale del concetto, è anche un assurdo. La pandemia, infatti, si esaurirà soltanto quando sarà vaccinata gran parte della popolazione mondiale, inclusa quella dei paesi a basso reddito o del terzo mondo. Ma non tanto perché i migranti in arrivo nel nostro paese possono riportarci il virus, come direbbe il leader della Lega, ma perché saremo noi ad infettarci, andando in quelle aree con le multinazionali del petrolio e per viaggi d’affari. Saremo noi a far viaggiare il virus con più facilità rispetto al migrante sulla rotta balcanica o sul barcone nel mar Mediterraneo”.

Cosa dovrebbe fare l’Occidente?
“Deve farsi carico di questo problema. Sembra utopica e astratta l’idea che la politica, per essere tale, debba essere solidale, ma qui ne stiamo pagando le conseguenze. Anche sui vaccini. Pure nell’Occidente così sviluppato vediamo le difficoltà che ci sono a gestire gli appetiti delle grandi case farmaceutiche. Questa è la privatizzazione dei diritti. Basterebbe iniziare a togliere il diritto di brevetto alle big pharma, per far sì che il vaccino possa essere prodotto a costi più bassi e ovunque sia possibile farlo”.

Il Covid è una rivincita della natura sull’uomo?
“Io non ho un’idea così romantica della natura. Quello che doveva essere palese è che la natura esiste. Tutta questa nostra ubriacatura di accelerazione e di progresso tecnologico ci ha portato ad essere costantemente connessi. Ad avere in mano smartphone di ultima generazione. Ma non si viaggia più. Chi viaggia? Il denaro, la finanza e i virus. Le persone no. Il Covid è il risultato del nostro comportamento. Così come lo sono la miseria in Africa, la siccità. I disastri ambientali che viviamo anche in Occidente. E i cambiamenti climatici.

Si ritorna qui a una concezione socialista. Se avevamo pensato, dopo la caduta del muro di Berlino, che il mercato sarebbe stato la panacea di tutti i mali, adesso scopriamo che farsi governare dal profitto comporta dei rischi enormi. Dovremmo riscoprire il valore dell’utopia politica. Non come meta irraggiungibile, ma come obiettivo che delinei un percorso che tenga conto dei diritti fondamentali dell’uomo. E metta il profitto nella scala delle priorità più basse, almeno rispetto ai settori vitali”.

Cosa rimarrà nella storia? Come sarà il mondo dopo la pandemia? Il Covid può essere considerato uno spartiacque? Uno di quegli avvenimenti per cui – come guerre e grandi scoperte – si crea una netta separazione tra il “prima” e il “dopo”?
“Dovremmo esserci nella storia per vedere cosa ne rimarrà. Per quanto mi riguarda, da una parte c’è l’ottimismo della volontà, dall’altra il pessimismo dell’intelligenza. L’ottimismo della volontà mi fa auspicare che la memoria di questo 2020 porterà a radicali cambiamenti di cultura e alla rivalutazione della politica come strumento di guida della società. Il pessimismo dell’intelligenza, invece, mi fa temere che avremo la tentazione di rimuovere tutte le macerie che questo anno lascerà dietro di sé, dimenticando ogni cosa”.

Come ha passato il Natale?
“Sinceramente l’ho trascorso bene. Mi dicono che sono un radical chic. Non ho mai amato i cenoni di Capodanno. Come ogni anno sono rimasto a casa. E l’ho fatto in compagnia di milioni di italiani. È stato il Natale più social della mia vita”.

Quale è stata per lei la lezione del Covid?
“Ho radicalizzato, sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista culturale, l’assoluta necessità del valore della solidarietà”.

Barbara Bianchi
Fonte: Tusciaweb.eu

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