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Vauro il partigiano — di Moni Ovadia (La Zecca)

Vauro Senesi, al secolo Vauro, è un grande vignettista satirico. Questo è quasi un truismo, una verità incontrovertibile. Ma una volta licenziata l’affermazione abbiamo detto poco su una delle personalità più coraggiose, intellettualmente oneste e politicamente adamantine che abitino il nostro povero Paese precipitato nel gorgo della mediocrità e dello squallore. Le vignette di Vauro con le quali moltissimi cittadini italiani hanno attraversato le temperie degli eventi socio-politici nel corso di quattro decenni e ne sono rimasti, entusiasti, colpiti, indispettiti, infuriati e addirittura folgorati dalla forza icastica del suoi disegni e dalle parole sempre necessarie dei fumetti in bocca ai suoi personaggi, non hanno potuto rimanere indifferenti. Lo hanno amato, odiato, si sono indignati contro di lui, lo hanno accusato di crimini immaginari, ma si sono dovuti confrontare con i contenuti espressi nelle sue imprescindibili tavole. Il tratto che compone i suoi personaggi, incluso quello di se stesso, è popolare, proletario, attinge a un’umanità che viene dal basso e ha tutti i titoli per stigmatizzare le ingiustizie. Gli occhi ipertiroidei, aperti o con le palpebre a mezz’asta dei suoi omini esprimono e dichiarano un’identità riconoscibile. Parlano una lingua ironica, satirica, sulfurea, umoristica, urticante e alta, alta perché non equivoca, ma politicamente ed eticamente schierata. Vauro non si pretende obiettivo, è partigiano. Quelli che si pretendono super partes, inclusi i cerchiobottisti si trovano spiazzati con lui. Vauro è orgogliosamente un estremista, nel senso più nobile di chi non tollera i moderatismi quando si tratta di giustizia sociale, di diritti degli ultimi, dei diseredati, in particolare quando indifesi come i bambini. Ma oltre ad essere un artista della matita che irride i potenti e i loro servi, che smaschera le truffe dell’ipocrisia e della falsa coscienza politica, Vauro è uomo di pensiero. Si evince la sua lucidità e la sua pregnanza critica anche quando parla in quei salotti televisivi in cui è arduo esprimersi in mezzo allo starnazzìo da cortile. Lui non perde mai la forza di un pensiero che non si lascia defraudare da trucchi demagogici o dalle retoriche di un sedicente liberalismo. Vauro è stato spesso attaccato e sempre surrettiziamente. Una volta giornalisti “importanti” lo tacciarono di antisemitismo perché aveva disegnato una vignetta che ironizzava sulla disinvoltura e la spregiudicatezza della giornalista e parlamentare di Forza Italia Fiamma Nirenstein, pasionaria sionista che alla Camera sedeva in un rassemblement di cui facevano parte anche neofascisti, antisemiti dichiarati e neonazisti. La pietra dello scandalo era una leggerissima curvatura in basso del naso sottile e delicatissimo disegnato nella vignetta. Era solo un pretesto per denunciare la solidarietà di Vauro con il popolo palestinese occupato, colonizzato, oppresso e segregato dal governo israeliano. Ma Vauro anche se censurato ed emarginato dal mainstream della comunicazione e pseudoinformazione non cede e continua la sua attività dedita all’intelligenza e allo smascheramento delle pratiche e dei travestimenti del potere. E ci regala, grazie all’iniziativa editoriale della rivista Left e della casa editrice Aliberti uno dei suoi libri in cui il linguaggio non cessa di indagare, di mettere alla berlina le rappresentazioni e i raggiri degli uomini e degli omuncoli di potere.

Moni Ovadia

Prefazione de La Zecca di Vauro [Aliberti/Left, 2019]


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1 risposta »

  1. Lo storico Aldo Giannulli in pubblico, nella TV LA7, ha definito giustamente il poveretto Di Maio un “infantile”. Cioè un misto d’ignoranza, di ottusa ingenuità, un limitato dei cui limiti è assolutamente incosciente, come i bambini, ma non quelli geniali, intelligenti, spontanei, come spesso risultano i bambini stessi. Tutto il contrario, come i bambini stupidi.

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