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Vauro: “Ho sbagliato a non capire che il grillismo era una polpetta avvelenata”

“Mi sono venuti i brividi quando Beppe Grillo attraversò Piazza Maggiore su un canotto trasportato dalle mani della folla adorante come un vitello d’oro. Fu un’immagine terrificante”

HUFFINGTON POST, 03/02/2019
di Nicola Mirenzi

L’Armata Rossa è rintanata a casa sua: “Sono uniformi sovietiche. Ti piacciono?”. Le indossano – all’ingresso, lungo il corridoio, di guardia alle porte, nel soggiorno, accanto al telefono – dei manichini con i tratti di ghiaccio: “Li ho russizzati io, con un po’ di lavoro”. Portato da Vauro Senesi – disegnatore, vignettista, strapazzatore di icone politiche –, il socialismo reale è un abito insolente, senza ufficialità, allegro come il carnevale: “Non c’è esercito che apprezzi maggiormente dell’esercito che non c’è più”, dice. Casa sua è a poche decine di metri dal Viminale. Eppure, qui intorno, non ha mai visto il suo inquilino: “Credo che Salvini sia sempre in giro, probabilmente impegnato in qualche diretta Facebook”. Nelle ultime vignette che ha disegnato, il pupazzetto di Matteo ha un pensiero fisso: darsela a gambe. “Quando ricevette l’avviso di garanzia, Salvini sfidò i magistrati: ‘Processatemi pure’, disse. Ora il tribunale di Catania l’ha accontentato. Ha chiesto al senato l’autorizzazione a procedere. Stranamente, però, la voglia di farsi giudicare gli è passata”.

Non che la via giudiziaria sia la via maestra: “I magistrati accerteranno se ha commesso reati – premette –. Ma credo che la battaglia contro ciò che Salvini rappresenta non può essere vinta nelle aule di giustizia, ma si deve combattere con i mezzi della politica, della reazione sociale e, anche, mi spingo a dire, con una riscossa morale degli italiani. Quando il potere tira pietre in faccia alla miseria, vengono interpellate le coscienze, e sono le coscienze a dover rispondere”.

Tra tutte, la coscienza del Movimento 5 stelle è quella che si trova nella posizione più scomoda, poiché dovrà scegliere tra i principi che ha propagandato per anni, e il principio di realtà politica, secondo il quale un voto a favore del processo a Salvini è un voto contro l’alleato di governo: “Se i 5 stelle si fossero posti davvero delle questioni etiche, questo governo non sarebbe mai nato. Invece, nel vuoto morale in cui sono precipitati, hanno consegnato il potere a un signore cinico, feroce, a tratti xenofobo, come Salvini. Le responsabilità del Movimento 5 stelle sono già altissime e gravissime. Votare contro il processo sarebbe solo una contraddizione che si aggiunge ad altre contraddizioni”.

Lei però sostenne il Movimento, non si sente un po’ responsabile anche lei?

Responsabile no, ma di certo ho sbagliato.

Cosa ha sbagliato?

Ho sbagliato a non capire immediatamente che la polpetta del grillismo era una polpetta avvelenata. La carne buona che c’era dentro era solo un’esca per indurre il cane a mangiare il veleno.

Quando se n’è accorto?

Mi sono venuti i brividi quando Beppe Grillo, nel V-day di Bologna, attraversò Piazza Maggiore su un canotto, trasportato dalle mani della folla adorante, come un vitello d’oro. Fu un’immagine terrificante.

Perché?

Perché la ricerca del capo salvifico, a cui delegare la tua intelligenza, la tua passione, la tua rabbia, le tue aspirazioni, è un mito che ti libera dalla responsabilità, ma che non cambia di un millimetro le cose. È un vicolo cieco. Infatti, quando questi modelli entrano in crisi, l’insoddisfazione che generano viene rivolta contro il modello decaduto, anziché contro la mediocrità e la pigrizia mentale che ha condotto i singoli ad affidarsi al Salvatore, in maniera fanatica.

Per esempio, quando è successo?

Con Craxi. Molte di quelle persone che, davanti all’hotel Raphael, gli scagliarono le monetine, fino a poco prima, lo avevano messo sull’altare. Fu una scena disgustosa.

Lo dice col senno di poi?

No, lo pensai immediatamente. Anche se non simpatizzavo per Craxi, inorridii nel vederlo costretto a pararsi dalle cose che gli lanciavano dalla piazza, riempito di insulti. Fu quello a spingermi ad andare ad Hammamet a incontrarlo.

Come lo trovò?

Azzoppato dal diabete, abbattuto, depresso. Eppure, guarito dalla malattia del potere. Gli portammo in dono un sacchetto di terra italiana, che in realtà prendemmo nel giardino di casa di Vincino, probabilmente più contaminato dei terreni di Chernobyl. Appena lo prese in mano, gli si inumidirono gli occhi. E non ebbi il coraggio di dirgli che lì dentro la percentuale di terra italiana era minima.

Pure Salvini finirà travolto dalle monetine?

Mi auguro di no, perché, nel giro di pochissimo tempo, ne avremmo subito un altro. La dinamica che crea il leader salvifico è la stessa che spinge le persone a tirare le monetine. Credo sia meglio smetterla con entrambe le cose.

Per fare la rivoluzione?

Perché no?

Cos’è, per te, rivoluzionario?

Diceva Majakóvskij che il mondo non è stato attrezzato per l’allegria, la gioia va strappata a viva forza. Ecco una frase che va piuttosto vicino al concetto.

Majakóvskij si suicidò, però.

Questo rende la frase ancora più affascinante. Perché può darsi che lui non sia riuscito a realizzarla. O, più probabilmente, è la rivoluzione che egli ha vissuto a non esserci riuscita.

Forse perché la rivoluzione è un atto che, per realizzarsi, è meglio non si compia?

No, è di più: è un atto che si deve compiere costantemente.

E il disegno?

È l’infanzia dell’umanità. L’uomo ha cominciato a comunicare con le immagini. Raccontava la caccia disegnandola sui muri delle caverne. Il disegno ci riporta ogni volta lì, a quando eravamo bambini.

Lei come ha cominciato?

Facevo la seconda elementare e la maestra mi considerava un cretino, rompicoglioni. Mi cacciava spesso dalla classe. Finché decise che era meglio restassi fuori, sistematicamente. E siccome era convinta che un imbecille non potesse far altro che disegnare, mi fornì fogli bianchi, matite e pastelli a cera. E io passai quattro anni nel corridoio a disegnare. Ovviamente, la gratitudine che provo per lei è infinita.

La politica arrivò molto dopo?

Quella era già politica, perché mi metteva fuori, ed essere fuori, per me, è già una posizione politica.

Lei però è stato anche dentro.

Sono stato in Lotta continua e poi nel Pci.

Quando entrò nel Partito comunista?

Intorno al 1977.

L’anno in cui a Bologna esplodeva il movimento, che non era affatto tenero con il Pci.

Purtroppo, direi. Perché quelli furono anche gli anni delle cadute, delle deviazioni verso la lotta armata, della violenza politica. Nei cortei, c’erano mani che facevano il segno della P38, come se una pistola avesse in sé un valore ideologico. Si sentiva nell’aria che qualcosa era cambiato, rispetto al sessantotto, c’era una cupezza che opprimeva.

Eppure furono gli anni in cui fondaste il Male.

La nostra satira era un modo per disinnescare quella concezione militare del comunismo e della politica, continuando, disperatamente, a giocare.

Perché ne avevate così tanta voglia?

Perché tutte le organizzazioni gerarchiche, di più se clandestine, come erano quei gruppi armati, desiderano solo il comando e l’obbedienza, i signorsì. Noi, invece, disertavamo. Perché la satira è disobbedienza, disobbedienza totale, anche rispetto alle proprie idee.

Ma è un gioco o no?

È un gioco, ma è un gioco molto serio.

Ma se il gioco a un certo punto finisce?

Diventa immediatamente un’altra cosa. Come dimostra il grillismo. Tolto dal terreno della satira, ed elevato a fondamento di un progetto politico, il vaffanculo di Beppe Grillo è uno slogan violentissimo, equiparabile al ‘me ne frego fascista’. Tanto è vero che oggi il vaffanculo vale sopratutto per gli immigrati.

Vincino la mandava mai a quel paese?

Quanto mi manca, Vincino… condividevamo la stessa gioia ostinata della satira, che, in lui, forse, era ancora più ostinata della mia. Sicuramente, era più anarchica. Ci vedevamo ogni settimana, qui sotto, alla Matriciana. E ogni volta progettavamo qualcosa che non avremmo mai realizzato. Era la meraviglia dell’utopia: immaginare una possibilità, anche se non la raggiungerai mai.

C’era competizione tra voi?

Non ce n’era nemmeno un briciolo. Addirittura, sul Male non firmavamo le vignette perché le consideravamo di tutti. È questo – mi rendo conto ora di parlare da vecchio – che manca agli autori di oggi, anche i più bravi: sono cresciuti nel clima della competizione, in cui se hai un talento lo devi far valere, rispetto a chi ha lo stesso talento.

Altre rivoluzioni incompiute?

Sto con mia moglie da più di trent’anni e, in questo momento, sto aspettando che torni a casa dal lavoro. Ho ancora voglia di incontrarla. In questo senso anche l’amore è un’utopia. Non si dà mai una volta per tutte. Eppure, non bisogna smettere di cercarlo.


03/02/2019 ↗️ HuffPost

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