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“Critica della ragion satirica” di VAURO – Leggi la Prefazione di DARIO FO

Critica della ragion satirica.
Elogio della presa per il culo
di Vauro (Edizioni Piemme, 2013)

PREFAZIONE di DARIO FO

Il giullare è sempre fastidioso
di Dario Fo

Non c’è satira senza tragedia. I grandi fabulatori impostano la loro storia grottesca da raccontare sopra un fondale che parla di morte.

Boccaccio scrive il suo Decamerone dove ragazze e ragazzi fuggiti dalla città salgono su aspre colline per proteggersi dalla peste che sta distruggendo Firenze e i suoi abitanti. Per sopravvivere in quel clima funereo decidono di raccontarsi l’un l’altra storie grottesche e ricolme di giocondità al limite dello scurrile, convinti che lo sghignazzo riesca a cancellare ogni orrore.
Ancora sullo stesso piano è un capolavoro satirico dell’umanità composto da una sequenza incredibile di novelle, dove fin dal preludio dell’opera assistiamo alla prima notte d’amore di un ragià pazzo con la sua sposa. La giovane è al corrente del fatto che, soddisfatto il rito carnale, allo spuntar dell’alba il marito la ucciderà come ha già fatto con altre spose. Non è un buon programma, ma, invece di lasciarsi cogliere dalla tristezza, la ragazza racconta al ragià una favola talmente carica di umore e ironia da portare l’amato a rimandare alla notte seguente il compimento del suo folle rito e così, di seguito, l’ironia e il sarcasmo salveranno la vita alla sposa. È inutile a ’sto punto svelarvi che si tratta delle Mille e una notte.

Ma la chiave di volta delle favole burlesche non è sempre e solo quella della sessualità. Pinocchio è una moralità sarcastica dove addirittura la donna è allegoricamente la madre del burattino. È una storia giocata con continui contrappunti di violenze, trappole, spavento dove il bimbo di legno rischia di finire bruciato a ogni finale.
E tanto per rimanere nell’infanzia è risaputo che, nelle comunità primordiali, alla nascita di ogni creatura i parenti e gli amici si danno il cambio davanti al piccolo nato esibendosi in pantomime buffe che passano dal truce allo sguaiato, da un tonfo a una piroetta, raccontando situazioni diverse finché nello scambio violento fra finzione tragica e realtà grottesca il bambino scoprirà l’allegoria del gioco satirico e riderà. In quel momento tutti gli attori esploderanno a loro volta in coro in danze e risate: «Il bambino s’è fatto umano!».
Il gioco comico è una provocazione per misurare l’intelligenza del neonato.

E tutto questo Vauro, l’artista maestro del grottesco, lo sa alla perfezione. Lo dimostra con il disegno e anche ciò che scrive in questo suo libro che non chiamerei
“testo” ma “saggio”. Poiché in queste pagine è raccontato tutto ciò che si deve conoscere a proposito dell’umore e della satira.

Pochi sanno che la satira è nata proprio nelle nostre terre, esattamente nel Centro-Sud Italia. Satira viene da satura, una specie di grosso pane tagliato a fette dove negli interstizi si sistemavano fette di carne, di formaggio e ancora di verdure e frutta; la prima forma di questo gioco, insieme di colori, suoni e canti, è nata in Irpinia. I Greci la impararono da quella gente. La misero in scena da Atene a Corinto per quattro-cinque secoli.
Quindi mi spiace contraddire il mio amico e collega Vauro quando mette in dubbio la potenza della satira, ma sono convinto che essa possegga una potenza inimmaginabile.
Federico II di Svevia, che veniva considerato al suo tempo (e anche dopo) come un regnante di grande ingegno, emise un ordine scritto dal titolo Contra Joculatores Obloquentes, un ordine feroce contro i giullari e la loro devastante ironia. In questo editto sollecitava i suoi sudditi a gettarsi con ferocia contro quei fabulatori che, con alto sarcasmo, gli stuzzicavano i piedi e anche le natiche con lazzi spesso osceni.
Dedicato all’imperatore e alle sue violenze fatte legge, è nato il primo libello poetico e satirico della storia della letteratura italiana: Rosa Fresca Aulentissima di Ciullo d’Alcamo. Il giullare siculo – che scrisse e recitò quello strambotto in endecasillabi – di certo, in quella sua satira dedicata alla difesa delle donne (nella quale denuncia la violenza sulle femmine), presenta la legge sulla defensa, ovvero una tassa che dovevano pagare i violentatori sorpresi da parenti e amici della vittima aggredita intenzionati a una vendetta feroce. Il violatore, quasi sempre ricco e nobile, per salvarsi doveva sborsare duemila augustari d’oro, cioè una notevole cifra con la quale salvava se stesso dall’essere linciato sul posto. Questa è la satira che attraverso il sarcasmo spoglia di ogni trucco il potere e lo rende nudo.

La satira non può essere delicata, non può limitarsi a produrre sorrisi ma solo urla da sghignazzo. Come testimonia Vauro: chi detiene il potere si indigna contro il fabulatore verace, cioè quello che trasforma la vignetta in una tavola di pietra lanciata come un martello.
E allora il giullare è fastidioso perché va sempre oltre i limiti del buon tono e della decenza. Veste stracci e li sbatte per aria come fossero manti da regnante. San Francesco era uno di quelli. Non per niente si faceva chiamare il “giullare di Dio”.

Dario Fo


Tratto da
Critica della ragion satirica.
Elogio della presa per il culo
di Vauro (Edizioni Piemme, 2013)

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