“Carceri. Sull’inferno”, di Sara Uboldi

« Uno dei ragazzi mi dice “digliele queste cose ai tuoi amici scrittori e artisti, a quelli che si prendono un aperitivo al fresco al mare o al fresco in montagna, che il carcere è un luogo difficile…”. Caro, non posso riportare l’orrore della tua testimonianza, non posso nemmeno mostrarlo a te, perché qui dentro ho imparato il rispetto del pudore verso il dolore, e quindi scelgo solo parole che possano accompagnare, che possano non pesare ulteriormente. Non posso riportare quanto appreso perché userei parole che sarebbe censurate e, soprattutto, perché avrei paura di trovarmi l’accesso interdetto la prossima settimana, paura di non poter tornare da te e dalle altre e dagli altri. Non posso scrivere quelle parole e, per pronunciarle, dovrei comunque buttarle fuori con un urlo o un pianto. E allora scelgo una retorica sottrattiva, scelgo l’aposiopesi, l’ellissi. Un vuoto che tu, scrittore, intellettuale, artista, donna o uomo, già conosci. Tu che già sai che il livello di civiltà di un paese lo si vede nei limina, nelle periferie, nei centri di permanenza e rimpatrio, nelle carceri. Riempilo quello spazio anche con la temperatura di questa estate, di ogni estate maledetta. Perché se il carcere è l’inferno, l’estate nel carcere è l’inferno dell’inferno. »

Sara Uboldi

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