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Vauro: “Senza satira una democrazia triste e incapace di crescere”

INTERVISTA! Senza limiti, graffiante, scorretto, come le sue vignette. Vauro Senesi si racconta negli anni trascorsi a Roma tra satira e politica – FIERADELLEST.IT

26/04/2019 FIERADELLEST.IT
DI GIACOMO CAPRIOTTI

Senza limiti, graffiante, scorretto, come le sue vignette. Vauro Senesi si racconta negli anni trascorsi a Roma tra satira e politica.

Abbiamo incontrato Vauro Senesi, famoso vignettista satirico, editorialista e opinionista televisivo. Una voce fuori dal coro, a tratti nostalgica ma, allo stesso tempo, scomoda e attuale. Una matita irriverente, che ha disegnato e raccontato i personaggi e gli avvenimenti che hanno caratterizzato la storia politica e “non solo” di questo Paese: dagli esordi, passando per gli Anni di Piombo, la “Seconda Repubblica” fino alla Giunta Raggi e all’ascesa di Matteo Salvini.

Ci accoglie in casa sua, proprio nei pressi del Viminale. Fa strano immaginare lui e Salvini che rischiano di incontrarsi: il vignettista e il politico, la “zecca comunista” e il “capitano leghista”, così distanti ideologicamente eppure vicini di casa. Un paradosso che meriterebbe una vignetta.

Vauro, lei da più di 40 anni è interprete di un’arte e di un lavoro che non sono in molti a fare…

“Sì, è vero, sono un privilegiato.  Ma non è un mestiere unicamente figlio dell’ispirazione, è un lavoro che presuppone impegno costante e disciplina. Il vero privilegio è che riesco a fare il lavoro che mi piace, in un contesto in cui il lavoro stesso è diventato ormai un privilegio”.

Ha fatto la storia dell’editoria satirica italiana con “Il Male”, “Cuore” e collaborando con le maggiori testate giornalistiche nazionali…

“Si, ma quasi tutte mi hanno licenziato dopo poco …”.

Cosa vuol dire fare satira oggi?

“Per me ha lo stesso significato di quando ho cominciato. È un linguaggio che ti permette di essere anche aggressivo, ma senza mai essere violento; un tipo di comunicazione che ti costringe all’onestà intellettuale, senza le sfumature o gli opportunismi che la scrittura ti consente o, in alcuni casi, addirittura ti suggerisce. È la passione che rende il tuo senso critico, e ludico, incensurabile”.

Trova più cambiato il modo di fare satira o come viene percepita?

“Il modo di far satira è cambiato, anche perché chi faceva quel tipo di satira, eccetto il sottoscritto, è morto. Penso al mio caro amico Vincino, a Roberto Perini, e poi ancora “Angese” e Andrea Pazienza. Eravamo appassionati di questo linguaggio che consideravamo rivoluzionario e anche l’interscambio tra di noi era diretto, nessuna competitività, nessuna invidia. Non ci preoccupavamo di diventare famosi, dovevamo essere liberi prima di tutto, o avremmo rischiato di fare una ‘satira a salve’”.

In passato molti personaggi importanti, che hanno fatto conoscere la cultura italiana nel mondo, hanno iniziato proprio da questo mestiere (Fellini, Steno e Scola scrivevano come redattori per il Marc’Aurelio).  Oggi in Italia però si avverte una certa diffidenza verso la satira, perché?

“Perché la satira è per sua natura uno strumento critico. Per essere in grado di decodificarla bisogna avere un senso critico all’altezza, altrimenti diventa un linguaggio incomprensibile, quasi ostile, soprattutto per i fanatici; e dal momento che la politica italiana si è ridotta ad agglomerati di fanatici alla ricerca di un leader, è difficile che la satira possa essere apprezzata o compresa, anzi viene vissuta come un insulto”.

Una volta ha detto che “il limite della satira è quello che deve ancora superare”. Ma si può davvero fare satira su tutto?

“Assolutamente sì. Mi è capitato anche di fare satira dai fronti di guerra: dall’Afghanistan e dall’Iraq. All’inizio l’unica censura che sentivo di avere era il dubbio che forse quello non sarebbe stato il linguaggio più opportuno per raccontare l’orrore della guerra. Poi ho capito, invece, che era proprio quello il modo più giusto, perché immediato e prepotentemente diretto all’emotività. L’articolo o il reportage presuppongono una scelta da parte del lettore: puoi leggerlo tutto, in parte, solo il titolo. Una vignetta invece, che piaccia o no, basta passarci lo sguardo, anche solo per un attimo, e l’hai già vista. E a me piaceva l’idea di non lasciare questa ‘libertà di scelta’ al lettore”.

E quando invece i limiti vengono dall’esterno? La politica, anche quando non censura, può condizionare?

“Certo, ma non è un lamento, anzi, fa parte del gioco. La censura diventa efficace solo quando l’accetti, altrimenti è un’arma spuntata. La censura più micidiale rimane sempre l’autocensura. Quando cominci a pensare che “non è opportuno per me, in questo momento, per la testata, per la rete…” allora hai già fatto una scelta, risparmiando anche la fatica ai censori”.

Ma quando invece ha come obiettivo “i più deboli”, la satira non rischia di diventare bullismo?

“Facciamo un esempio: se sei Ministro dell’Interno, carica per la quale dovresti garantire la sicurezza i tutti i cittadini, e esponi attraverso i social persone private al pubblico, disprezzo dei cittadini, quella non è satira, ma un’azione criminale. Se la satira è contro il potere, non è il potere a poter fare la satira, mi sembra chiaro, no?”.

La satira può essere considerata come un termometro della salute di una democrazia?

“Può anche esserci una democrazia senza satira, non lo escludo, anche se non saprei citarne. L’ho sempre considerata come un ‘lusso indispensabile’. Sicuramente, senza satira, sarebbe una democrazia più triste e incapace di crescere”.

Molti comici famosi sostengono che negli anni del “berlusconismo ruggente” fosse più facile fare satira…

 “Non sono d’accordo. La satira è anche ‘svelamento’. Più il potere è ostentatamente ed esibizionisticamente nudo, (e in quegli anni lo era parecchio), meno è divertente”.

E con il Governo attuale?

“Quando Vincino se n’è andato, ho fatto una vignetta per salutarlo, in cui gli scrivevo: ‘Abbiamo disegnato insieme i grandi mostri della storia… mi hai lasciato solo con i mostriciattoli’.  Ecco, Andreotti era un mostro, un personaggio terribile, ma almeno non era un “Armando Siri” qualunque. Questi qui non hanno neanche la dignità del mostro”.

Lei è toscano di nascita, ma romano di adozione. Come ha visto cambiare Roma in questi anni?

“Sono arrivato a Roma nel ‘77, quando abbiamo fondato “Il Male”. Erano anni difficili, ma era una città viva. Poi l’ho vista peggiorare su tanti piani, con grande amarezza. C’è stato un crollo morale, politico e amministrativo a cui è seguito un saccheggio quasi interminabile”.

E negli ultimi anni è cambiato qualcosa con la Giunta Raggi?

“A quell’interminabile saccheggio si è aggiunta l’inconsistenza e l’incompetenza di quest’ultima amministrazione. L’inconsistenza provoca uno stagnamento, che a sua volta provoca degrado. Mi dispiace dirlo, ma credo siamo ancora in una pesante fase involutiva”.

Ha dedicato delle vignette anche a quello che è successo a Torre Maura. Cosa ha pensato e cosa ha provato nel vedere quelle immagini?

“Voglio esentarmi dalla premessa ipocrita che ‘bisogna capire il disagio delle periferie’, perchè non è questo il contesto. Quando si arriva a calpestare il pane, non c’è disagio che possa giustificare un’azione tanto violenta e un tale livello di razzismo. È vero che c’è stata la strumentalizzazione dei neofascisti, così come è vero che la sinistra ha abbandonato quelle periferie da tempo, ma non si può arrivare in alcun modo ad accettare quanto accaduto”.

Sa che ultimamente chiunque rifiuti di assecondare gli istinti più primordiali e tenti minimamente di problematizzare le cause che hanno portato a queste tensioni, viene etichettato come un “radical chic” anche lei quindi?

“Certo che sono un radical chic, so leggere e scrivere. Siccome ormai la cultura in questa società è diventato un disvalore, se non ci si esprime a rutti come Salvini, sei un “radical chic”. Mi dispiace non è questo il mio linguaggio. Frequento le periferie, conosco la gente e vedo che anche le periferie sono piene di cosiddetti ‘radical chic’. Quest’immagine delle periferie, come un agglomerato di bruti pronti a sbavare e ‘sberciare’, è un’immagine offensiva. Nelle periferie ci sono splendide realtà di sperimentazione sociale e culturale, che rendono vitale il territorio, ma che purtroppo restano isolate, ghettizzate, non sostenute e non raccontate dai media, che si accorgono delle periferie solo quando quattro stronzi vanno a fare il saluto romano”.

Questo clima di rancore sociale però non nasce oggi, ha probabilmente radici più profonde. Anche questa volta non ce ne siamo accorti?

Ci sono delle responsabilità politiche, che non stenterei a definire come vere e proprie colpe; teorizzando la fine delle ideologie, delle idee, di tutto ciò che la sinistra aveva partorito negli ultimi decenni. Le periferie sono state rimosse dal qualsiasi progettualità, sposando un’idea di liberismo che ha finito per disgregare la società. Prima, almeno, c’era un’idea di classe sociale che oltre a rappresentare un’identità, produceva cultura, politica e cambiamento”.

La sua generazione ha vissuto con passione la politica, lei stesso ha alle spalle una militanza nel PCI, mentre oggi il partito di maggioranza è quello dell’antipolitica. Cosa è cambiato?

“Quelli della mia generazione erano gli anni dell’aggregazione, della socialità e della creazione collettiva., poi è arrivata la violenza politica a soffocare questa grande vitalità. Ma quella grande “stagione dell’utopia e dell’immaginazione”, così fertile sul piano politico e culturale, venne uccisa prima di tutto dal terrorismo di Stato, da Piazza Fontana, a Brescia, l’Italicus… Poi ci fu anche la follia della lotta armata, ma il discorso ormai era già irrimediabilmente spostato sul piano dello scontro militare. Fu una strategia della tensione durata per anni, e utilizzata l’ultima volta a Genova nel 2001: l’uccisione di Carlo Giuliani, la Diaz, le violenze e le torture, quella fu un’altra strage, con meno morti, ma con il terrore utilizzato come mezzo per bloccare le dinamiche di innovazione politiche e le istanze sociali”.

Una volta ha detto: “Sono felicemente comunista ed il mio epitaffio sulla tomba sarà: Mi sono convinto dei nostri errori, ma non mi avete convinto delle vostre ragioni’”…

“Assolutamente. Speriamo solo non me lo freghi qualcuno che muore prima di me”.

Ma si può perdere sempre, pur avendo ragione?

“Si perde quasi sempre, perché non viviamo in un film americano. Spesso chi ha ragione è proprio perché ha più capacità critica, e la capacità critica può rendere la vita molto difficile.

E ne vale comunque la pena, pur continuando a perdere?

“Penso di sì, anche se, più che ‘perder sempre’, direi piuttosto che ‘non si vince mai’ in modo assoluto. Non può esserci una vittoria definitiva, perché significherebbe la fine della capacità critica, e quindi paradossalmente rappresenterebbe la peggiore delle sconfitte”.

Giacomo Capriotti


Fonte ↗️ www.fieradellest.it

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